All’ultimo Rails World 2026, DHH ha detto che scrivere codice a mano non è più un’attività sostenibile dal punto di vista aziendale. Che sono finiti i tempi in cui la programmazione era fatta a mano.
DHH, creatore di Ruby on Rails, a Rails World 2026
Il punto è che, mentre si discuteva dei rischi — e perché no, anche delle implicazioni morali di delegare all’AI la scrittura del codice — “la maggioranza delle persone nella stragrande maggioranza delle aziende” stava già adottando questi strumenti.
E lo stava facendo a una velocità impressionante.

Possiamo commentare in base a quanto vediamo: usare l’AI nel design e nello sviluppo di prodotti digitali permette di ottenere risultati che superano costantemente le aspettative, in tempi fino a poco fa inimmaginabili.
Faccio un esempio: recentemente, per esplorare possibili approcci di UX per l’interfaccia di un software che comanda macchinari, abbiamo costruito prototipi interattivi direttamente in HTML perché avevamo bisogno di far usare l’interfaccia come fosse vera, per farne percepire usabilità ed ergonomia. Fino a poco tempo fa, pensare di coinvolgere un developer già in questa fase sarebbe stato proibitivo per tempi e budget.
Anche nello sviluppo il cambiamento è evidente. Una volta trovato il workflow giusto, realizzare progetti di complessità medio-alta con un approccio agentico sta diventando molto più veloce. Si può mantenere un livello altissimo di qualità lato UI e andare oltre molti dei limiti convenzionali.
E poi, per la gioia di qualsiasi product marketer, c’è una vera rivoluzione: con o senza CMS, oggi è possibile tradurre, correggere e migliorare testi e pagine in un batter di ciglia. Correggere problemi SEO o di accessibilità, anche, è diventato più veloce.
Guardando fuori dal nostro studio vediamo che il cambiamento è altrettanto radicale: i nostri clienti tech sono sempre più autonomi. Possono partire da un design system realizzato con noi per sviluppare nuove parti del prodotto ed estendere il design in modo agentico seguendo regole e pattern definiti assieme.
Beh, non è fantastico?
Fantastico e drammatico allo stesso tempo
L’AI rende vere due cose che sembrano opposte nello stesso momento.

Questo cambiamento è fantastico per i vantaggi di produttività, qualità ed efficienza. Ma è anche drammatico per chi si accorge che una parte del lavoro su cui ha costruito la propria professione non viene più richiesta — o, semplicemente, non gli viene più riconosciuto lo stesso valore.
Fuori dai post di autopromozione su LinkedIn, e da chi ha un ritorno diretto dall’adozione dell’AI in azienda, le reazioni che vedo sono molto diverse. C’è il programmatore che aveva fatto del codice la propria motivazione. Il fotografo o l’illustratore che si chiedono se quello che stanno facendo sarà il loro ultimo progetto di quel tipo.
Tutto cambia, certo — ma scoprire che quello che facevi, o almeno il modo in cui lo facevi, non è più richiesto può mettere in discussione molto più dello stipendio.
E non credo ci sia un modo realistico per fermare questo cambiamento: andrà avanti perché è troppo veloce, troppo economico, troppo efficace.
Detto ciò, dire a qualcuno che deve reinventarsi non rende quel passaggio più semplice. Credo sia giusto tenerne conto anche nel modo in cui raccontiamo pubblicamente il nostro entusiasmo per queste tecnologie.
Attenzione e fatica
Matteo, nel suo articolo “Ha ancora senso uno studio di design?”, scrive che se costruire diventa più facile, acquistano valore judgment e taste: la capacità di scegliere, di riconoscere una soluzione buona e di capire perché lo è. Non soltanto una soluzione che funziona.
A judgment e taste, però, mi sembra importante aggiungere un altro elemento: l’attenzione — perché giudizio e gusto servono solo se ci prendiamo cura davvero di quello che stiamo facendo.
Possiamo affidare a un agente la risoluzione di un bug, la realizzazione di una feature o l’esplorazione di un’idea; probabilmente arriverà a un risultato, ma questo non ci solleva dal dover capire che cosa gli abbiamo chiesto, seguire le scelte che fa e verificare quello che produce.
Delegare l’esecuzione non significa delegare l’attenzione. Né ci solleva dalla fatica del fare. E meno male.

Simone Weil parla dell’attenzione come della capacità di lasciare il pensiero disponibile a ciò che si ha davanti, senza precipitarsi subito verso una risposta.
Mi sembra un’idea particolarmente attuale: le nuove tecnologie possono sollevarci da molte attività ripetitive e meccaniche. Ma non sono una scorciatoia per tutto ciò che richiede un contributo creativo.
È forse per questo che lunghe sessioni di lavoro con l’AI ci lasciano stravolti, magari euforici per i risultati ottenuti, ma comunque stravolti.
E fin qui va tutto bene; mi fa timore la tentazione, invece, di lasciare che l’AI lavori in background mentre ci occupiamo di altro. O lasciare che dieci, venti agenti portino avanti cose diverse per noi.
Certo, per alcune attività meccaniche e ripetitive senza alcun valore aggiunto può anche funzionare bene: ma quando le scelte contano, il rischio è perdere il filo del ragionamento e ritrovarsi davanti a un risultato che non sappiamo più valutare fino in fondo.

Attenzione, giudizio e gusto si completano a vicenda. Permettono di usare la velocità dell’AI per approfondire e migliorare il lavoro, invece di fermarsi alla prima soluzione convincente.
Attenzione come salvezza dallo slop
Senza questa attenzione, il rischio che vedo è restare intrappolati nella perenne produzione di AI slop: prodotti e contenuti generati in quantità, magari anche formalmente corretti, ma poco curati e poco pertinenti, in definitiva assolutamente mediocri.
Nel design rischiamo interfacce tutte uguali. Soprattutto, rischiamo di rinunciare proprio alle scelte originali che potrebbero rendere un prodotto riconoscibile e dargli un vantaggio competitivo. Nello sviluppo il rischio è diverso, ma simile. Possiamo accettare decisioni tecniche senza comprenderne davvero le conseguenze sul prodotto o sul business. Il risultato può essere una soluzione tecnicamente ineccepibile che, però, risolve il problema sbagliato.

Lo stesso vale nel marketing. L’AI può aiutarci a ragionare su una strategia, trovare alternative e mettere alla prova delle idee. Ma una proposta che sembra andare bene per tutti potrebbe non essere adatta a nessuno. Bisogna comunque capire cosa significa per quella specifica azienda, con quei clienti, quel mercato e quei vincoli.
Ci sono altri due rischi. Il primo è lasciarci assecondare dall’AI. Partiamo da un’idea e continuiamo ad aggiungere, approfondire, produrre. L’AI ci segue, ma non ci ferma per dirci che stiamo esagerando, che non abbiamo il tempo, le risorse o la capacità di gestire quello che stiamo immaginando. Il secondo è fidarci delle sue risposte su temi che non conosciamo, fino a pensare di poterne fare a meno degli esperti.
Attenzione e relazioni
E poi ci sono le relazioni. A volte rischiamo di prestare più attenzione a una conversazione con un agente che a quella con una persona.
Faccio un esempio. Un potenziale cliente di una startup AI, che fa duecentomila cose insieme, mi racconta che gli viene spontaneo ringraziare l’AI quando ci parla. Poi sparisce e non risponde più ai nostri messaggi. Altro che grazie.
È solo un esempio, ma ne avrei parecchi. Lo scrivo perché, in questo proliferare di Claude, ChatGPT, Grok e agenti di ogni tipo, credo che rischiamo di perdere un po’ il senso e lo spessore della relazione umana.

In tutta franchezza, fare la company of one e orchestrare un’organizzazione di chatbot non è proprio quello che interessa a me e a Matteo: per noi il rapporto conta quando le cose vanno bene, ma soprattutto quando ci sono problemi da affrontare.
Prestare attenzione significa anche questo: dedicare tempo all’altro, ascoltare, prendersi cura della relazione quando le cose sono semplici e quando lo sono meno.
Significa anche rinunciare, qualche volta, alla tentazione di far scrivere tutto a un agente al posto nostro. A volte è meglio prendere un caffè, organizzare un pranzo, incontrarsi e guardarsi negli occhi. Serve a capire se stiamo davvero guardando lo stesso problema dalla stessa prospettiva, o se dietro tanti scambi telegrafici ci stiamo semplicemente capendo male.
L’occasione che vedo per Moze è usare l’AI per dedicare più tempo ai problemi che vale la pena risolvere e alle persone con cui li affrontiamo. Giudizio e gusto restano fondamentali. Ma senza attenzione non bastano.
