A giugno siamo stati due giorni in Monferrato per il retreat 2026 di Moze.
Lo facciamo ogni anno, perché sappiamo che a un certo punto serve uscire dal lavoro quotidiano. Questa volta è successo in una fase particolare: l’AI sta cambiando il modo in cui lavoriamo, il modo in cui lavorano i nostri clienti, e anche il valore delle competenze che portiamo nei progetti.
Abbiamo fatto cose semplici. Abbiamo cucinato, mangiato insieme, passato del tempo in piscina. Poi abbiamo alternato momenti di confronto più strutturati: un talk sull’uso dell’AI nei progetti, una retro sui primi sei mesi dell’anno, una discussione più ampia su cosa sta cambiando nel nostro mercato.
La sensazione è che stia finendo una fase. Quella in cui l’AI era soprattutto una novità da provare. Ora diventa uno strumento che entra nei processi, nei budget, nelle aspettative. Non elimina il bisogno di competenza. Cambia alcuni equilibri, altri li stravolge. L’AI permette di fare di più, ma rende anche più facile perdersi tra le possibilità se manca una direzione chiara.
Per noi, significa lavorare sempre più spesso dove il problema è meno standard. Prodotti B2B complessi, piattaforme enterprise, sistemi tecnici da ripensare. Non sempre diventano delle case history pubblicate: molti sono progetti lunghi, ancora in corso, oppure coperti da accordi di riservatezza. Però ne scriviamo sul journal per cristallizzare quello che impariamo. Sono contesti in cui una parte del lavoro non è comprimibile: capire davvero il problema, mettere ordine, facilitare decisioni e accompagnare il cliente dentro un cambiamento.
Allo stesso tempo, stiamo usando l’AI ogni giorno. Senza farci prendere dall’hype, ma anche senza preconcetti. La stiamo sperimentando nello sviluppo agentico, nei processi di design, nella ricerca, nella produzione. Non cambia solo quanto si può fare più velocemente. Cambia anche dove serve più giudizio.
In un momento in cui tutto accelera, fermarsi sembra quasi controintuitivo. Ma è proprio lì che diventa utile. Per riconnetterci come persone e come team. Per condividere cosa stiamo vedendo. E per farci una domanda semplice, ma non scontata: dove portiamo davvero valore con il nostro lavoro?
























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